I caporali non esistono. Storia di una rivolta.

Ama il tuo sogno cover piatto hi (1)

Ama il tuo sogno è il libro di Yvan Sagnet uscito per Fandango. Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso.

Un anno e mezzo fa, ve ne ricorderete, abbiamo letto sui giornali del primo sciopero di braccianti stranieri a Nardò, in Puglia. Durante le edizioni regionali del pomeriggio, abbiamo visto le prime immagini di Boncuri, la masseria in cui tutto è cominciato. Poi, quest’anno, Yvan è stato ospite di Fazio e Saviano. Ed è vero quel che dice di aver capito, poche pagine prima che il suo libro finisca: “mi sono reso conto di essere capace di parlare alla gente”.

Questo ragazzo – esattamente mio coetaneo – nato nell’aprile dell’85, si è innamorato del nostro paese da bambino, durante i mondiali ’90. Quando si è iscritto al Politecnico di Torino, un po’ di tempo dopo, ha scoperto che l’Italia, quell‘Italia in cui tutto era possibile, non era mai esistita o – almeno – non esisteva più. 

Arriva a Nardò per raccogliere pomodori, nell’estate 2011, e sperimenta sulla propria pelle una realtà che qui, solo di riflesso però, conosciamo un po’ tutti, perchè l’abbiamo vista, o perchè ce l’hanno raccontata.

Nelle campagne c’è qualcuno – più di qualcuno, perchè sono a migliaia – che ha preso il posto dei nostri nonni e, in alcuni casi più rari, quello dei nostri genitori. Gli italiani hanno potuto smettere di andare in campagna, alla giornata, in quelle condizioni – perchè intanto nascevano le grandi industrie, il siderurgico, a Taranto, che ci avrebbe avvelenati tutti ma era una promessa – e il loro posto è stato preso da qualcun altro, con meno possibilità di scelta e più fame. Sono passate due generazioni; paga, condizioni di vita e diritti sono rimasti gli stessi, ma con un’aggravante: la più totale esclusione sociale.

Quando dal paese si va al mare, lungo una strada a scorrimento veloce, si incontrano tantissimi stranieri, africani, in gruppi di cinque o sei persone, tutti uomini. Abitano nelle masserie più lontane, poco raggiungibili. Venire a piedi in paese è praticamente impossibile, pericoloso. Gli autobus sono pochi, e costano. E allora, quando finiscono di lavorare o in attesa dell’ingaggio per il giorno dopo, se ne stanno confinati in una specie di limbo. C’è un piccolo bar, in cui gli italiani non mettono piede. Si intrattengono lì, nel piazzale, tra scheletri mezzi arrugginiti di camionette, furgoni, e decine di cani randagi.

E’ una situazione metabolizzata, sotto gli occhi di tutti. E, come sempre succede, la verità è sempre almeno doppia: viene voglia di prendersela con chi trova tutto normale. Ma viene anche voglia di prendersela per i motivi per cui tutto questo ci sembra ancora normale. Se molti, qui, non si scandalizzano nel vedere questa tratta di uomini e donne che si compie ogni mattina all’alba, precisa come un rito, è perchè l’hanno sperimentata anche loro. E quando hai bisogno di lavorare, anche chi ti sfrutta, solo per il fatto di darti la possibilità di sopravvivere, va a finire che ti sembra un benefattore. E anche quando dovesse sembrarti un aguzzino, perchè un po’ conosci i tuoi diritti o riesci a mettere un po’ di distanza oggettiva tra te e i fatti, sai comunque di aver bisogno di lui, di un tramite, perchè se sei fuori dal giro – sei straniero, non ti conosce nessuno e non puoi trattare perchè non parli la lingua – sei perduto. 

Per questo, la storia di Sagnet vale la pena conoscerla. Finalmente il caporalato è diventato reato. E la lotta di questi lavoratori, il loro sogno, dovrebbe funzionare per tutti (speriamo) da leva. Per tenere la testa alta di fronte a chi ancora ha il coraggio (e la faccia) di dire che il caporalato non esiste. E per ricordarci che se questi lavoratori hanno ottenuto qualche risultato, è stato anche perchè non hanno smesso un attimo di amarlo, il proprio sogno. Nonostante il ricatto, nonostante la paura di essere bollati a vita come sindacalizzati, nonostante tutto.

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