Le parole sono pietre. La terra del sacerdote, di Paolo Piccirillo

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Le parole sono pietre. Di tremila forme diverse. Sono rose. Corteccia, alberi. Fossili. Pelle. Sicuramente anche spine. 

Funzionano un po’ come la cosa – così poetica – che si dice degli alberi centenari e degli anelli nascosti nei tronchi. Anche le parole le puoi contare, come le stagioni. E più ne sai, di esatte, di precise, più sarai nella condizione di poterti approssimare alla vita, quando si tratterà di capirla o di raccontarla, che poi è lo stesso. 

Questo, almeno, è quello che ho cominciato a pensare io, da piccola. Chi conosce a memoria i nomi dei venti e delle piante conosce la vita. In un modo un po’ più esatto degli altri.

La terra del sacerdote sembra avere questa forma antica e rara di saggezza, dalla sua parte; è la cosa che mi ha più colpita e conquistata: questa capacità incredibile, primordiale, istintiva, di sapere la vita, e di saperla guardare.

Paolo Piccirillo sceglie la sua storia, la seziona nel magma possibile degli eventi, la affila come un’arma, e in quella porzione potentissima di spazi e storie che è questo romanzo, nella moltitudine di croci da portare, di pentimenti, di violenze e passioni da scontare, mette in scena la vita. La de-scrive. Come una cosa vera. Come un cuore che batte. E tutto questo, Piccirillo lo fa con la maturità di chi sa con precisione chirurgica chi siamo e a cosa non sfuggiamo, né sfuggiremo; da cosa non avremo scampo.

Scrivere una storia come questa significa sapere come funzioniamo noi, tutti, e sapere come si amano e feriscono e tradiscono, a volte anche nello stesso gesto, nello stesso sentimento, gli uomini e le donne. Da sempre. Ma con un incrollabile istinto di sopravvivenza, che forse ci distingue solo dai morti. E che ancora una volta ha a che vedere soprattutto con l’essere in vita. Con lo stare al mondo.

Tutto questo trova posto in una scrittura di parola, scarnificata, possente, di taglio, fatta di visione. Parole primordiali anche qui, appunto, per raccontare cose grandissime e imperscrutabili, come lo sono il nascere e il cambiare pelle, che è degli uomini almeno quanto dei serpenti.

L’umanità intera, la superficie della pelle, che è fatica sudore e lacrime, ma anche le infinitesime ragioni chimiche e biologiche di quello che siamo, fin dentro a ognuna delle nostre cellule o forse in ragione di ciascuna di quelle minuscole potentissime cellule, passano attraverso una storia che non si nutre solo dei suoi personaggi, delle parole che si dicono, dei gesti che compiono. La storia, qui, viaggia almeno su due, tre livelli paralleli e sotterranei, come geologie diverse della stessa vicenda. Quello più commovente, più potente, più interno e forse anche più umano è affidato alla terra. E a quelle parole che dicevo, e che tutti conosciamo. Un albero di radici malate, un innesto salvifico, delle rose, una terra morta che rinasce, e che scopre di non avere mai perso l’istinto, umanissimo, di farlo. Di tornare a fiorire.

Appunto: le parole sono pietre. Di tremila forme diverse. Sono rose. Corteccia, alberi. Fossili. Pelle. Sicuramente anche spine. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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