Chiudi gli occhi. Personale di Vitantonio Fosco

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A Palazzo Marchesale sono in mostra le illustrazioni di Vitantonio Fosco, con un titolo che è una dichiarazione di poetica e un invito. Chiudi gli occhi. (“Le cose più belle si fanno a occhi chiusi” si legge appena entrati in sala.)

La verità sta tutta nel titolo di questa personale, aperta al pubblico fino a domenica 18 ottobre, a cura di Iat e Officine Arthemisia. E a prima vista potrebbe sembrare un paradosso.

Perché Chiudi gli occhi è il contrario esatto dell’isolamento. Guarda al cuore delle cose come si può fare solo osservando da molto vicino. Come l’orologiaio che avvicina l’orecchio al ticchettio della meccanica per scoprirne il segreto, senza aver bisogno di chiedere.

Chiudi gli occhi racconta vicinanze; pezzi, spazi e pensieri così condivisi da non ricordarsi più chi è stato il primo a pensarli. E poi intimità, legami, tetti che ci si è costruiti sopra la testa a forza di piogge, sole e stagioni. Ombrelli che non riparano quanto dovrebbero, nidi costruiti con amore, affezione, sguardi. È piuttosto la realtà aumentata della relazione con l’altro.

Scrive Lèvinas: “Nella manifestazione […] del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo […].”

Chiudi gli occhi per guardare. E il paradosso è spiegato.

Gli occhi chiusi sono la chiave, le ali, l’elevamento a potenza. Moltiplicano la relazione con il mondo e lo sguardo.

Le palpebre sono sostanza trasparente, osmotica, ipersensibile. La luce, anche quando le palpebre sono chiuse, le attraversa. Illumina. Il mondo non è mai al di là.

La relazione non è interrotta, ma amplificata, nutrita. E a occhi chiusi fa tesoro di storie e universi che tutti insieme tornano a galla: la simultaneità dello sguardo, la linea, la poesia bizzarra di gesti romantici e insensati come possono esserlo costruire una ferrovia senza meta e senza partenza o lanciarsi chiusi in una botte lungo le Cascate del Niagara. E poi storie di pistole disegnate, uso del colore, incastri, canzoni, storie di pioggia nelle scarpe. Molta bellezza e in fin dei conti una sola verità. Un sentimento che ha tante forme e che certe volte, ancora, dopo tanto tempo, ci imbarazza chiamare in causa. L’amore.

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