Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia

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Prendete tre trentenni, emigrati, di quelli che nei paesi del sud ce ne sono tanti, ma – appunto – soltanto all’anagrafe, all’appello sacro-immancabile del pranzo di Natale e a quello dei saluti di rito, sudaticci e abbronzati, sul lungomare di qualche località di mare, a Ferragosto, la stessa domanda sulle bocche di tutti: “Tu adesso dove è che stai?”. Gente partita da casa a diciotto, diciannove anni. Mediamente brillante, con qualche progetto, o sogno, qualche ambizione in testa. Aggiugeteci un Erasmus, almeno, qualche fallimento sentimentale e una laurea presa da qualche parte al nord, o comunque nel continente.

Dieci anni di paste-col-tonno, vita da fuori sede, case condivise, voli low cost e la sensazione di non essere mai veramente a casa – e starci bene, o starci male, o tutte e due le cose insieme. Insomma, trenta anni, di cui dieci lontani, e il malcelato sospetto che quello sputo di paese in cui si è nati, alla fine, proprio quando pensavamo di essercene liberati, in qualche modo, ci ha fregati.

Pupetta, Gaga e Osso fanno parte della categoria, con qualche fisiologica variabile. Tornano a casa – a Lortica – con un piano che è una piccola rivoluzione, e poi lo diventa davvero. Vogliono dare una lezione al sindaco, e gli scaricano davanti casa una montagna di merda. Letteralmente. Di lì in poi è tutta una caduta, senza freni, verso l’irrimediabile. Piedi pestati, un pestaggio nel vero senso della parola, e alla fine di tutto la vendetta.

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia si rivela subito per quel che è: un gioiellino, da leggere tutto d’un fiato. Sorridendo, a volte amaramente, e altre volte riconoscendosi, se siete nati da Roma in giù, e sempre altrettanto amaramente. Assisterete, conquistati, all’escalation di violenza, da una parte, e dall’altra dell’incoscienza di questi tre – anzi quattro, alla fine cinque – strampalatissimi don Chisciotte, che nelle ultime pagine, e incredibilmente, la spunteranno – lieto, lietissimo fine.

La spunteranno sui pidocchi, e anche di loro, finito di leggere questo romanzo, ne capirete qualche cosa di più. Perché quello che Rizzo non pensa di fare neanche per un secondo – e per fortuna – è saltare sul carro delle narrazioni moraleggianti, manichee, seriose, pedanti, fatte di eroi e ideali. Si vede che non le sopporta neanche lui. Elude il luogo comune e il cliché sfoderando leggerezza, e racconta un mondo visto dagli occhi di chi lo abita – nudo e crudo, vivo.

Nessuna poesia, nessun cedimento alla retorica, insomma nessun Gattopardo – non sia mai: niente di tutto questo. Ed è per questo – e moltissimo – che ci piace.

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