Strade di Londra (in polemica – ma non troppo)

ImmagineQualche settimana fa, mi è saltato agli occhi questo post, per caso, grazie alla rete bulimica e qualche volta produttiva che è Facebook. Qualcuno l’ha condiviso, e poi c’era la parola “Londra” che luccicava sullo schermo, lucente e infiocchettata come un pacco regalo. Ero curiosa. Londra (città in cui vivo da due mesi) – e “una certa idea di bellezza”. Insieme.

Così, ho letto, subito; ho non condiviso, ma comunque copiato e incollato l’articolo sul mio profilo. Con l’intenzione critica ma non belligerante di tenerlo lì, a macerare, di sottoporlo alla lettura attenta di qualcun altro – magari -, e tornarci su qualche settimana dopo, forse. Dopo aver ancora camminato, letto, osservato, vissuto, questa città che definita con una parola al singolare proprio non rende. (Città? Londra? Una sola? E, allora, dovendo scegliere, quale?)

Insomma, no, mi dispiace persino. Sarebbe bellissimo, dopotutto; è una teoria bellissima, la sua, signor Mantellini, così poetica. Ma mi sembra piuttosto una suggestione a priori, dentro cui Londra non ci sta. Tanto quanto l’Italia – credo – da parte sua proprio non calza, a pennello, nel ruolo di fabbrica di orrore, di produttrice di bruttezza a prescindere. Non sempre, per lo meno – come dappertutto, nel mondo.

Ci ho pensato parecchio. E l’idillio proprio non lo vedo. Quando esco di casa e camminando verso la metro costeggio giardinetti di case abbandonate in cui hanno trovato giacigli di fortuna persone che la fortuna forse non hanno mai saputo cosa fosse, esattamente. Ed è una delle tante cose che qui, come in tutte le grandi città del mondo, sono diventate normali. L’occhio non le registra, il passo non rallenta. Non più.

Né in generale Londra mi sembra un posto in cui la bellezza è coltivata, quando mi dicono, per esempio, come si lavora nei grandi uffici della finanza internazionale, tra Canary Wharf e la City. Uffici pieni anche di domenica, economisti a una scrivania per sedici ore di fila, stagisti che escono dall’ufficio alle otto e comunque sono tra i primi ad andare via.

Insomma, non basta un albero salvato a imprimere l’impronta salvifica della bellezza. Ma mi piacerebbe moltissimo crederlo.

Credo sia per questo che un po’ di giorni fa ho fotografato questa finestra bellissima e da allora, quando passo davanti a queste strane case inglesi che al posto del giardino hanno, certe volte, un piano interrato in cui qualcuno vive, provo sempre a guardare. Non si sa mai che la bellezza si stia diffondendo come una malattia. E oltre a spostare muretti per salvare alberi, come qualche volta succede, la gente ha cominciato a tenere puliti terrazzini, anche se la vernice sui paletti del recinto è sbeccata. E magari ha pensato che valesse comunque la pena, anche se abita un seminterrato buio e probabilmente umido, appendere delle tende colorate, alle finestre. Riempire il davanzale di cataste di libri, che sono sempre un atto incondizionato di fiducia nella vita. E ancora piantare fiori, oppure – atto rivoluzionario tra i più rivoluzionari – appendere un cuore – di carta, di stoffa, non so. Ma, quello sì, sicuramente bellissimo.

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