Non dirmi che hai paura, e i grandi romanzi

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I libri hanno un potere incredibile, alle volte. Quando si tratta di storie veramente importanti, hanno dalla loro la cristallina capacità di ri-guardarci, direttamente, anche quando raccontano cose a prima vista molto lontane da noi.

A quanti chilometri da qui è Mogadiscio? Quanti secondi impieghiamo, in media, a dimenticare le immagini dell’ennesimo barcone carico di disperati, finito per affondare nelle acque del nostro mare? E in quanti ricordiamo ancora la corsa di Samia Yusuf Omar alle Olimpiadi di Pechino del 2008? Oggi, grazie a Giuseppe Catozzella e al suo romanzo, non dimenticheremo in fretta né quella corsa né quella bruciante sconfitta. Perché la storia di Samia – la giovanissima atleta somala affogata nel Mediterraneo, nel tentativo disperato di raggiungere l’Europa per allenarsi – ha trovato posto in un libro, per quanto lo abbia fatto suo malgrado e a caro prezzo.

 Il romanzo di Catozzella però è prezioso perché non fa soltanto questo. Non si limita a “salvare” una storia e a depositarla nella nostra memoria a lungo termine – una storia dolorosissima, ma illuminata da una ardente determinazione e da un fortissimo desiderio di libertà. Con “Non dirmi che hai paura” Giuseppe Catozzella si spinge molto più avanti, agisce molto più in profondità con il suo lavoro di ricerca e scrittura: già, perché nelle pagine dedicate a Samia, lo scrittore milanese ci parla (anche, forse soprattutto) di noi. 

Siamo italiani, europei, abitiamo uno stato di frontiera e dal momento in cui leggiamo questa storia non possiamo fare a meno di venire chiamati in causa, in prima linea, messi senza troppi giri di parole di fronte alla verità nuda dei fatti. Scompaiono così, all’improvviso, i chilometri, e i trentamila uomini e donne morti nella speranza di raggiungere le nostre coste non smettono troppo in fretta di abitare i nostri pensieri, come invece succede di solito di fronte alle immagini di repertorio di un telegiornale.

La bellezza e l’importanza di questo romanzo – oltre che naturalmente nel sogno, nella fatica, nella commozione, nella speranza – risiedono nella sua preziosissima capacità di renderci testimoni. Ed essere testimoni significa essere responsabili. Qualunque scelta si faccia.

*l’articolo è stato pubblicato su “La Goccia”, il 12 febbraio 2014

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