Quando chiude un bar. Omaggio al Cafè du Monde

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Un bar che chiude è sempre una brutta notizia, quasi una sconfitta. Una di quelle cose che, a leggerle così, di domenica mattina, viene nostalgia. Soprattutto se si è trattato, per un po’, anche del nostro bar.

Il Cafè du Monde non era il mio bar da-tutte-le-mattine. E a dirla tutta, prima di trovarne uno, aspetto ancora di avere la città giusta in cui restare. Le cose vanno fatte con ordine.

Questo bellissimo bar ad angolo, a Busto Arsizio, era soprattutto per certe domeniche luminose, un po’ di sole, un po’ di neve, per farci colazione almeno in due, camminare sul pavimento ruvido, scegliere uno dei tavolini, spostare il giornale, avere cura di raccogliere in un angolo le briciole, per non sporcare. Con una porta da aprire; porte di quelle come ce n’erano una volta, la cui definizione perfetta, per quanto ne so, sembrerebbe avercela soltanto il dialetto: la v’trin’ (la vetrina). Un ingresso attraverso cui si vede attraverso. E una soglia da varcare cigolando, anche noi, in attesa degli odori dal bancone. 

Ci sono pochi posti al mondo, che poi forse sono più momenti della vita che posti reali, capaci di farci sentire così. Quel così che oggi – a quasi trent’anni – so per certo essere “la” felicità. Insomma, posti rari, isole felici. Rifugi in cui non fa mai freddo, vetri attraverso cui non smette di passare la luce del sole. C’era persino un racconto di Hemingway, che aveva molto a che fare con questa cosa: un posto pulito, illuminato bene. Ed è esattamente così.

Ci mancherà, questo bar. A me e a tantissime altre persone che non conosco e per cui probabilmente ho tenuto aperta la porta, uscendo, almeno una volta, con il sapore del caffè sulla lingua, un buongiorno veloce, lo sguardo già oltre, ma il tintinnare allegro delle tazze, una contro l’altra, ancora nelle orecchie. Insomma, il rumore che fa il mondo quando senti che non c’è nulla da temere, quando una tazza poggiata su un piattino, con un cucchiaino affianco e una bustina di zucchero, è l’immagine esatta della bellezza, di una gigantesca minuscola felicità. E allora, per questo, davvero, grazie.

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