Se fossi epica

caposs

Se fossi epica sarei Vinicio Capossela. 

Un po’ di tempo fa mi è capitato di leggere questo librino minuscolo e interessante di Sergio Zatti: Il modo epico. E mentre passavo in rassegna nella mia testa Omero, mischiato ad Ariosto, e poi Melville, e poi Joyce, ognuno col suo modo – solo suo – di essere epica, la cosa mi è subito parsa chiarissima: avrei scritto una tesi sull’epica nella produzione poetica di Vinicio Capossela. Poi, le cose vanno come vanno: sono inciampata in una sala cinema con le tende spesse di velluto, in un corso – folgorante – di metodologia della critica cinematografica, e la tesi è andata.

Ma come tutte le ossessioni che si rispettino, io, a questa cosa di Capossela e dell’epica, continuo a pensarci e ripensarci. E giuro che prima o poi lo faccio. Mettere insieme tutte le declinazioni possibili degli oggetti, dei suoni, delle parole, dei mondi, destinati a produrre epica nelle sue canzoni.

Leggete, ascoltate, e ditemi se non siete d’accordo anche voi. (Le citazioni sono tratte dal saggio di Sergio Zatti)

“Epico è (…) un qualche preciso rapporto con il sublime degli archetipi e dei modelli del passato: che collega più o meno esplicitamente le sue determinazioni contingenti a valori antichi (…) depositati nella memoria storica di una collettività” – e niente conferma tutto questo meglio di NON TRATTARE, pezzo originario, biblico.

“Un poeta che (è) anche profeta: intuizioni visionarie, conoscenze enciclopediche, arte dell’intreccio e sapiente tecnica di variazione tematica e stilistica” – LANTERNE ROSSE (in cui l’immagine si fa visione) ma anche LETTERE DI SOLDATI (con gli oggetti, fondamenti costitutivi di un mondo) e anche DOVE SIAMO RIMASTI A TERRA NUTLESS (che mette in scena l’epopea del quotidiano, della stanchezza e della gioventù perduta, citando addirittura Proust).

“Il mare, omerico e biblico insieme diventa (…) lo spazio maledetto del terrore e del mistero dell’esistenza (…) come la moderna versione di un mistero medievale – l’arcaica psicomachia nella quale l’Uomo si scontra con l’Assoluto” – semplicemente SANTISSIMA DEI NAUFRAGATI

E poi potrei andare avanti all’infinito: la Russia, sconfinata e marginale come le terre ai confini della terra, e tutto il suo bagaglio di immaginari dalla rivoluzione sovietica a oggi. L’antico testamento, spaventoso, senza perdono; Coleridge, Proust e Moby Dick e via dicendo. Ma anche l’epica in minore della provincia italiana, la sua nebbia, sogni di fuga e macchine scassate. I poeti maledetti, e i pittori disperati. I viaggi on the road: che si cammini sull’asfalto, o su binari, è lo stesso. 

Nelle canzoni di Capossela c’è tutto; il loro vero soggetto è il mondo, ma – attenzione – non tutto il mondo: piuttosto l’intero della porzione di mondo che le sue storie riempiono e nutrono, dall’interno.

I suoi pezzi, uno a uno, sono l’elogio della quantità, che poi è uno degli elementi della sua poetica anche a quanto ne dice lui. E allora non è per niente un caso che il suo molto caposseliano” Non si muore tutte le mattine, che si ama o si odia, quelli di Feltrinelli avessero deciso di venderlo al chilo.

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2 pensieri su “Se fossi epica

  1. se poi ti fosse capitato di vedere lo spettacolo di Capossela + Vincenzo Costantino Cinaski, ossia in pratica un reading di John Fante, Bukowski eccetera mescolato con le canzoni… magari quella tesi l’avresti fatta davvero 😉

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