Colline come elefanti bianchi

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Spiegare perché bisogna leggere Colline come elefanti bianchi è gesto più intimo di quanto possa esserlo quello di confessare un amore. 

Dire delle cose più o meno sensate su questo racconto di Hemingway – inqualificabile per le troppe qualità, trasparente come le verità e perfetto come il vetro – ha a che vedere con i motivi per cui non parliamo dei dolori più grandi, per cui preferiamo tacerli. Come il patto mai pronunciato tra quanti, una volta almeno, hanno saputo cosa sono la fine, e il dolore. 

Senza dire niente più di quello che già probabilmente sapete, questa è una storia che vale la pena leggere almeno due volte. La seconda volta, se potete, studiatevi quello che Hemingway fa col dialogo: la progressione, le informazioni e il modo in cui emergono. Fate caso al lavoro che ha fatto, per tutto il tempo, anche con il vostro cervello. Tutto quello con cui riempirete i vuoti siete voi, ma ci siete stati condotti, con la forza di un percorso necessario, e per mano. Qualcuno prima di voi e per voi ha segnato il cammino.

E sulla sua scrittura diceva: “Ammesso che a qualcuno possa interessare, io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede”.

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2 pensieri su “Colline come elefanti bianchi

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