Appunti perduti e cinema. La doppia ora, di Giuseppe Capotondi

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Se qualcosa di simile al principio ottico della persistenza retinica giocasse un ruolo nei meccanismi della memoria, sarebbe bello sapere cosa resta esattamente di un film quando il film è finito. Quali porzioni e qualità del visivo permangono nell’occhio e nel cervello, capaci di sopravvivere al tempo della visione.

Nel caso de La doppia ora, film d’esordio di Giuseppe Capotondi, il punto di domanda sulla permanenza del visivo fa eco a due elementi portanti del film: la tessitura drammaturgica difficoltosa e sfuggente che lo puntella e la problematizzazione dell’immagine, portatrice a seconda dei casi di verità o menzogna.

Non è una storia che si può raccontare, quella scritta dagli sceneggiatori Fabbri, Rampoldi e Sardo; storia che si è guadagnata – a ragione – una menzione al Premio Solinas, prima di diventare un film. Per lo meno, niente di raccontabile in modo più esaustivo rispetto alla classica formula di sceneggiatura boy meets girl

Guido, interpretato da Filippo Timi, partecipa a uno speed date durante il quale incontra Sonia, cameriera originaria di Lubiana e da poco arrivata a Torino; personaggio per la cui interpretazione Ksenia Rappoport si è aggiudicata a Venezia la coppa Volpi. Il secondo incontro tra i due si legherà a un fatto di sangue che funge da spartiacque all’interno dell’intera vicenda e che segnerà, più o meno definitivamente, le vite di entrambi.

 A far sì che la complessa macchina narrativa messa in piedi dagli sceneggiatori funzioni, una volta passata allo schermo, è un ottimo lavoro di orchestrazione delle parti. Merito – in uguale misura – dei due attori protagonisti, di una direzione degli attori essenziale e sbilanciata in favore dell’uso del corpo piuttosto che della parola. Merito di una regia che non ha paura di prendere posizione e di una fotografia che mira a raggiungere la massima sobrietà possibile, vera cifra distintiva del film. Allo spettatore, più che dell’intreccio, resta il ricordo (sinestetico) di un’esperienza, soprattutto visiva.

Se una qualche forma di permanenza retinica esiste, infatti, in questo caso lavora dalla parte della luminosità, perché a distanza di tempo ciò che più di tutto sembra sedimentare, nella mente, non è l’innamoramento, né la violenza, né il sangue; piuttosto l’uso – per opposizioni – della luce, in una storia che si compie tutta nell’alternanza di nero e luce, contenitori simbolici delle polarità che fungono da tiranti della storia.

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