Dimmi cosa vedi. Adriano Lincetto

lincetto

A Siena, in università, rinchiusi nell’aula di storia della musica, quella con la moquette, credo anche l’unica, la facevamo spesso questa cosa qui. Silenzio assoluto, musica dalle casse.

Dimmi cosa vedi, ci chiedeva. Lei era Talia Pecker Berio. E a quel punto toccava a noi studenti: tirare fuori dal cappello le cose che avevamo visto. Una via di mezzo tra la prestidigitazione e l’osmosi, il cui risultato sei un po’ tu e un po’ la musica che hai ascoltato, in percentuali che per calcolarle credo ci siano dibattiti critici e filosofici ancora in piedi, dalla notte dei tempi.

E allora, oggi, che alle quattro di pomeriggio mi sono messa a riascoltare Adriano Lincetto, mentre il cielo si schiarisce dopo giorni di pioggia, riprovo a farlo. A dire cosa vedo, mentre ascolto i pezzi per orchestra di questo compositore notevole, scomparso nell’aprile del ’96.

Dentro, appena sotto la superficie, le spie di un’allegria dissimulata, inquieta, di una risata falsa, suonata troppo forte. E poi veri e propri impianti dialogici: voci che chiedono, voci che rispondono. Movimenti che procedono per oscillazione, e si spingono in avanti insieme agli archi. Dei temi forti, evocativi, verso i quali lo svolgimento, qualunque sia, alla fine trova il suo approdo. E poi un gioco, una sfida, una specie di caccia al tesoro sottesa, un meditato disattendere, tutte le volte, quello che tu ascoltatore ti aspetteresti, e invece no, invece è sempre un semitono sopra, o sotto. Ci sono progressioni che descrivono movimenti, perfettamente direzionali, tracciati nello spazio. Sembra che Lancetti proceda per giustapposizione. Sono corpi parlanti isolati, emergono dal silenzio. E poi, come una sorpresa, e all’improvviso, tutta insieme, l’orchestra. 

Se potete ascoltarlo, è una fortuna. Questa registrazione di cui vi ho scritto potete richiederla alla rivista Audiophile Sound. E’ uscita allegata alla rivista, e il numero era il 111.

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